
Siamo negli anni ’60. Un certo Douglas Engelbart immagina un architetto del futuro che progetta edifici direttamente al computer. Visionario? Sì. Ma aveva ragione. Pochi anni dopo, Charles Eastman, quello che oggi chiameremmo il “padre del BIM” (un pioniere nell’applicazione dell’informatica all’architettura), inizia a sviluppare un sistema digitale che tratta l’edificio come un insieme integrato di dati, e non solo come disegni. Nel 1974, presso la Carnegie Mellon University, sviluppò il Building Description System (BDS), un sistema che rappresentava l’edificio come un insieme integrato di dati, anticipando di decenni l’approccio BIM. Il BDS permetteva di modellare edifici in 3D, associando a ogni elemento informazioni geometriche e non, come materiali e fornitori. Questa innovazione consentiva di generare automaticamente disegni coerenti e computi metrici, riducendo errori e tempi di progettazione. Eastman dimostrò che un database unico poteva sostituire i disegni tradizionali, rendendo il processo progettuale più efficiente e meno costoso. La sua visione ha gettato le basi per il BIM moderno, influenzando profondamente il settore delle costruzioni.
I pionieri del software
Negli anni ’80 si affacciano i primi software tridimensionali capaci di “capire” cosa stessero disegnando: muri, solai, finestre. Nascono programmi come RUCAPS, Reflex, Sonata. Ma il vero salto lo compie ArchiCAD nel 1987: è il primo BIM per PC. Un’interfaccia semplice, un modello virtuale con geometria e dati, la possibilità di estrarre disegni automaticamente. Il BIM, anche se non si chiamava ancora così, prendeva forma. Un altro traguardo del 1987 fu l’uscita di Pro/ENGINEER di PTC, il primo CAD parametricamente orientato al settore meccanico, un segnale che la progettazione parametrica a oggetti stava prendendo piede anche fuori dall’architettura, preparando il terreno per l’evoluzione BIM nel decennio successivo.
Il passaggio dal CAD al BIM
Nel frattempo, il CAD tradizionale si diffonde ovunque, ma è ancora basato su linee e layer. Verso la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, si inizia a capire che un muro non è solo un rettangolo: è un oggetto con proprietà. Il CAD diventa object-oriented. Le aziende iniziano a scambiarsi modelli: nasce così lo standard IFC, per far parlare software diversi. Il BIM si prepara a uscire dal laboratorio.

Il nome “BIM” e la consacrazione
Sebbene le tecnologie abilitanti fossero in gestazione da tempo, la locuzione “Building Information Model/Modeling” (BIM) arrivò più tardi. Il primo uso documentato del termine Building Information Model risale al 1992, in un paper accademico di G.A. van Nederveen e F.P. Tolman. In quella pubblicazione il concetto di “modello informativo dell’edificio” veniva delineato in ambito scientifico, sebbene rimanesse confinato ai circoli di ricerca. Nei decenni ’80-’90, infatti, vari termini circolavano per descrivere simili approcci (ad esempio Building Product Models, Integrated Database ecc.), ma senza una nomenclatura unificata. Fu nei primi anni 2000 che BIM divenne la sigla universalmente riconosciuta per questa metodologia. Molti attribuiscono all’analista americano Jerry Laiserin il merito di aver reso popolare e standardizzato l’uso del termine “BIM” attorno al 2002. E fu proprio in quel periodo che il BIM ebbe la sua massima visibilità, grazie a alla sua adozione da parte dei colossi del software e alla diffusione di Revit. Parallelamente, emerse con forza il tema dell’interoperabilità: la necessità cioè di far comunicare modelli prodotti con software diversi. Per questo, nel 1995 dodici grandi aziende internazionali (tra cui Autodesk, Bentley e Graphisoft) fondarono l’International Alliance for Interoperability (IAI), con lo scopo di sviluppare un formato aperto di scambio dati. Nacquero così le Industry Foundation Classes (IFC), un formato neutrale per rappresentare gli oggetti edilizi e le loro relazioni, tuttora alla base degli scambi informativi BIM. La parola “BIM” diventa sinonimo di un nuovo modo di progettare, dove ogni modifica si propaga, tutto è coordinato, e ogni dato ha un valore. I modelli iniziano a essere usati per progettare, costruire, gestire. Inizia l’era del digital twin.
Il BIM conquista il mondo, partendo dagli Stati Uniti
Negli anni 2000 il BIM passa dalla teoria alla pratica su vasta scala, rivoluzionando i flussi di lavoro nell’AEC (Architettura, Ingegneria e Costruzioni) a livello globale. Una tappa fondamentale fu l’impegno di importanti committenti pubblici: ad esempio negli Stati Uniti la General Services Administration (GSA), agenzia federale che gestisce gli edifici pubblici, lanciò nel 2003 il National 3D-4D-BIM Program. La GSA iniziò a richiedere modelli BIM per i nuovi progetti significativi, riconoscendo i benefici in termini di visualizzazione, simulazione e controllo dei costi. A cascata, diversi Stati USA e grandi proprietari privati emisero linee guida BIM (famosi i BIM Standards dell’Indiana University e di Penn State del 2009. Anche in Asia si assistette a una rapida adozione: ad esempio Singapore lanciò un primo BIM Roadmap già nel 2010, divenendo nel 2015 uno dei primi paesi a richiedere modelli BIM per tutte le nuove costruzioni pubbliche. I numeri parlano chiaro: risparmi, trasparenza, riduzione degli errori. E nel frattempo il BIM evolve: al 3D si aggiungono tempo (4D), costi (5D), sostenibilità (6D)… e siamo solo all’inizio.
L’Europa avvia la regolamentazione
In Europa la diffusione del BIM fu inizialmente spinta dai paesi del Nord: Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia furono tra i primi ad adottare tecnologie BIM. La Finlandia, in particolare, iniziò già nel 2002 a sperimentare l’obbligo di consegna di modelli IFC per i progetti di edifici pubblici, e dal 2007 la Confederazione Finlandese delle Costruzioni impose che tutti i software di progettazione fossero certificati IFC. Nel 2014 la direttiva UE sugli appalti pubblici apre la strada al BIM. Ogni Stato membro può decidere come e quando usarlo. Nascono roadmap nazionali e standard europei. Le PAS inglesi si trasformano nella norma internazionale ISO 19650, adottata in tutto il mondo. Il BIM diventa il nuovo linguaggio comune dell’edilizia.
L’Italia si mette in gioco
Il nostro Paese entra in campo nel 2016, con il nuovo Codice Appalti. Il Decreto Baratono del 2017 segna la svolta: un cronoprogramma preciso fissa l’obbligo del BIM per gli appalti pubblici dal 2019 al 2025, a seconda dell’importo dei lavori. Dal 1° gennaio 2025 sarà richiesto per tutte le opere pubbliche sopra il milione di euro. Parallelamente, le norme UNI 11337 e la ISO 19650 diventano la bussola per progettisti e stazioni appaltanti. Il BIM entra nelle università, nelle aziende, nei bandi. E non è più solo una possibilità: è una realtà.
Oggi: il BIM è la base del futuro
Quello che una volta era un sogno, oggi è il cuore pulsante della progettazione. Il BIM non è più solo “modellazione”: è gestione, simulazione, verifica, sostenibilità. È il punto di partenza per digital twin, verifica normativa automatica, intelligenza artificiale applicata all’ambiente costruito.
E pensare che tutto è iniziato con l’idea di disegnare edifici… ma senza disegnare.
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